Il Mistero di San Benedetto di Polirone

Otto secoli di vita, in cui si fondono vicende felici e vicende drammatiche, personaggi illustri e umili monaci, arte e letteratura e trasformazione del territorio,tutto all’insegna della fede, espressa anche dal costante richiamo di un santo.

La storia
Su un’isola boscosa tra i fiumi Po e Lirone, in un tratto disabitato e incolto dei suoi estesi domini, nell’anno 1007 il marchese Tedaldo di Canossa insediò alcuni monaci a comporre una comunità che, dal nome del loro fondatore e da quello dei due fiumi, si chiamò di San Benedetto di Polirone.
Secondo lo spirito benedettino, riassunto nel motto Ora et labora, cioè “Prega e lavora”, negli otto secoli della loro permanenza i monaci, oltre che alla preghiera, si dedicarono al lavoro con tanta sagacia e intensità da portare il Polirone - non a caso definito “la Montecassino del nord” - a divenire, dopo la città, il centro più importante del territorio mantovano, con influssi che si irradiarono in tutta l’Italia settentrionale.
Il lavoro consistette anzitutto nella bonifica del territorio: i monaci spostarono e disciplinarono con argini e altri accorgimenti il corso del Po, scavarono canali di scolo delle acque e resero così produttive le campagne, prima soggette a ricorrenti inondazioni; a coltivarle, sotto la loro direzione, chiamarono uno stuolo di famiglie contadine, che trovarono così i loro mezzi di sussistenza, mentre intorno al monastero artigiani e mercanti diedero vita al borgo, oggi denominato San Benedetto Po.
Non meno importante fu il lavoro intellettuale dei monaci: essi si dotarono di una ricca biblioteca, lo studio li portò a scrivere nuovi libri, e nel loro scriptorium crearono volumi miniati di grande bellezza. Somma cura dedicarono anche al monastero,
che si ampliò sino a comprendere quattro chiostri e una serie di strutture connesse, mentre la chiesa fu varie volte trasformata e fu arricchita di sculture dipinti e arredi di livello eccelso: bastano a dichiararlo i nomi di artisti quali il Correggio, Giulio Romano, Begarelli e il Veronese. Ma nella storia del
monastero entrano anche altri personaggi celebri: basti ricordare il papa Pio II, Martin Lutero, l’abate Gregorio Cortese divenuto cardinale, e prima di loro il figlio di Tedaldo, il marchese Bonifacio, con la figlia di quest’ultimo, la celebre “Grancontessa” Matilde, la quale volle essere sepolta qui.
Sin dagli inizi, inoltre, due felici circostanze avevano concorso ad accrescere la rinomanza del Polirone, attirandovi anche i pellegrini. La prima: qui trascorse gli ultimi anni della sua vita un pio armeno di nome Simeone; qualche anno dopo la morte egli fu proclamato santo, e il suo corpo, venerato nella basilica abbaziale, ne fece anche un santuario. La seconda: definendosi i percorsi stradali,il Polirone venne a trovarsi lungo la Via Romana,che da Mantova portava in Emilia a congiungersi con la celebre Via Francigena, percorsa dai pellegrini diretti a Roma.
La lunga gloriosa vita del monastero ebbe termine nel 1797, quando Napoleone lo soppresse, costringendo i monaci ad allontanarsene, requisendo le terre donde traevano sostentamento, disperdendo i preziosi volumi della biblioteca e trasferendo in Francia i migliori dipinti.La basilicadivenne la chiesa parrocchiale del borgo; gli altri edifici furono in parte demoliti e in parte adibiti ad usi profani,subendo una progressiva decadenza a cui soltanto da alcuni decenni il Comune ha cercato di porre rimedio.

La fede
Entro la basilica si ricordano in particolare tre figure ad essa legate. Un busto marmoreo ritrae il papa Pio II, che fu qui in visita durante gli otto mesi della sua permanenza a Mantova, e due lapidi sono dedicate rispettivamente al cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo, nativo di San Benedetto Po, e a monsignor Augusto Bertazzoni, qui parroco e poi vescovo di Potenza, del quale è in corso la causa di beatificazione.Ma nell’antico monastero la fede trae sostentamento dal ricordo dei tanti uomini che qui dedicarono la propria vita a Dio, nell’impegno della preghiera e del lavoro. E’ alimentata inoltre dalle opere superstiti, che parlano il linguaggio dell’intelligenza e della bellezza in rapporto a Dio, e trova espressione nel santo ricordato, al quale va tuttora la venerazione
dei fedeli.
Simeone nacque nel X secolo in Armenia, ai confini orientali del mondo cristiano d’allora. Figlio del comandante dell’esercito, alla carriera militare preferì la vita religiosa: si fece monaco, poi eremita e infine pellegrino, partendo dalla sua terra per non tornarvi più. Passando da un santuario all’altro, visitò la Terrasanta, Roma, Santiago di Compostela e tutti gli altri santuari d’occidente, finché nel 1012, ottantenne, comprese di non poter più proseguire in tanto impegno. Passando in terra mantovana lungo il Po, ebbe notizia del monastero da poco fondato:
vi chiese ospitalità, e vi trascorse gli ultimi anni di vita. Morì nel 1016, e nel 1024 fu proclamato santo.
Attualmente le spoglie di San Simeone sono custodite sotto la mensa dell’altare della prima cappella sinistra. Egli è raffigurato nella pala che lo sovrasta, una tela realizzata agli inizi del Cinquecento da Girolamo Bonsignori. Il soggetto a prima vista stupisce, perché presenta una figura senza la testa; in realtà il dipinto è da intendere così: quattro
santi benedettini idealmente sorreggono, con
la loro vita esemplare, la personificazione della Fede, la quale è avvolta dalla luce della grazia e perciò è già giunta a “vedere oltre le nubi”, cioè a conoscere le realtà divine. Intanto si rivolge a chi ancora sta in terra: con la destra invita a puntare l’attenzione “in alto” e con la sinistra invita a riconoscere
nell’Eucaristia (Ostia e calice) il valore
salvifico della morte e risurrezione di Gesù.
I quattro santi sono, in alto, Mauro e Scolastica, e in basso Benedetto e Simeone. Quest’ultimo, qui come nella bella statua posta all’esterno della cappella, è raffigurato con una cerva, divenuta suo simbolo, in
ricordo di un episodio accadutogli quando viveva da eremita e appunto una cerva gli portò cibo.

Gli appuntamenti
San Simeone è festeggiato il 27 luglio, anniversario della sua nascita al cielo. L’11 luglio si festeggia invece San Benedetto, nel nome del quale il monastero sorse e al quale la basilica è intitolata.

L’arte
Il Polirone presenta una lunga sequenza di opere mirabili, a cominciare dal sagrato, che una balaustrata di statue separa dalla piazza, l’antico spazio vacuo entro il recinto monastico. La chiesa, realizzata da Giulio Romano ristrutturando la precedente,
è notevole per l’insolito fianco destro, la facciata (l’ordine superiore è settecentesco), l’atrio a due absidi (con le cinquecentesche porte lignee istoriate) e il fastoso interno, a tre navate con cappelle e deambulatorio.
Le cappelle presentano belle inferriate,pregevoli dipinti e all’esterno una serie di statue di santi, oltre una trentina, opera di Antonio Begarelli, tanto stimato da essere ritenuto “il Michelangelo padano”. Le statue sono in terracotta, con dorature; in tempi imprecisati sono state mascherate da un’anonima pittura grigia, di cui è in corso la rimozione (di quelle ricuperate nel loro aspetto originario è esempio la citata figura di San Simeone).
Dal transetto destro si accede a un vano dove è il sepolcro (ora vuoto;nel 1633 il corpo è stato trasferito nella basilica di San Pietro a Roma) di Matilde di Canossa, con ritratto di lei a cavallo(Orazio Farinati,1587).Il vano fa da atrio alla magnifica luminosa sagrestia, perfetta nelle proporzioni,ornata di dipinti e armadi lignei,di superba fattura come il coro monastico situato dietro l’altare centrale.
Dal transetto sinistro si entra invece nel più antico oratorio di Santa Maria, che quando il monastero si dotò della grande basilica divenne la chiesa dell’infermeria.
Di questa struttura è stato parzialmente rimesso in evidenza l’aspetto originario, risalente al XII secolo come il prezioso mosaico pavimentale che precede il presbiterio. Attraverso figure simboliche, il mosaico svolge un tema complesso, che in sintesi può essere detto la lotta tra bene e male. Sette piccole figure animali rappresentano i vizi capitali;
le quattro figure femminili, come dichiarano le scritte, sono le virtù cardinali, mentre i tondi laterali presentano in due forme la battaglia contro animali mostruosi, simboli del demonio.

I dintorni
Intorno alla basilica sono le strutture superstiti del monastero, sufficienti peraltro a suggerire l’antica grandiosità del complesso.
A sinistra guardando la facciata della basilica sono i due lati rimasti del chiostro di San Benedetto, e la mole dell’allora refettorio, al cui interno è un’intera parete affrescata dal Correggio; tra questo e il chiostro, un po’ arretrata, è l’imponente infermeria.
A destra della basilica è il palazzo abbaziale, con l’ingresso sormontato da una statua di Matilde; all’interno si incontra dapprima il chiostro detto dei secolari, donde un passaggio dietro l’abside porta al suggestivo chiostro gotico di San Simeone, mentre uno scenografico scalone seicentesco porta alle celle e alla sala della antica biblioteca, ora occupate dal Museo civico polironiano.
L’importanza del Polirone si misura anche nei tanti edifci ad esso collegati, distribuiti in tutta l’area dell’Oltrepò mantovano (pertanto visitabili solo disponendo di autonomi mezzi di trasporto) e ripartibili in tre gruppi. Il primo è costituito dalla chiesa di Valverde, il cui interno è impreziosito da un vasto ciclo di affreschi tardogotici attribuiti a Michele da Pavia, pittore alla corte dei Gonzaga.
Il secondo è dato dalle antiche pertinenze del monastero, con chiese di varia epoca e talora i rustici delle annesse corti agricole; le principali sono nelle frazioni di Portiolo, Brede, San Siro, Zovo, Bugno Martino. Il terzo gruppo è costituito dalle cosiddette chiese matildiche, le superstiti delle 22 dipendenti dal Polirone al tempo della Grancontessa e da lei erette o beneficate; sono una serie di chiese romaniche, solo in qualche caso parzialmente alterate nel tempo, tra le quali spiccano la grande basilica di San Lorenzo a Pegognaga, la pieve di Coriano, il San Fiorentino di Nuvolato, l’oratorio del Ghisione a Villa Poma, le parrocchiali di Gonzaga e di Felonica.

 

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