Santuario di Santa Maria delle Grazie

A sette chilometri dalla città,sulla riva del Lago Superiore in incantevole posizione,sorge il santuario che da sei secoli attesta,in forme del tutto speciali, l’amore non solo dei mantovani per la Beata Vergine Madre di Dio. Il santuario ha dato il nome a “Grazie”, la frazione in cui sorge, compresa nel comune di Curtatone; è posto dunque oltre i confini del comune di Mantova, ma da sempre è parte integrante della vita, non solo religiosa, della città.

La storia
Sul finire del Trecento, Mantova fu colpita da una delle allora ricorrenti pestilenze. Il signore della città, Francesco I Gonzaga, fece voto alla Madonna che, se l’epidemia fosse cessata, avrebbe innalzato una chiesa in suo onore: e così avvenne. Il tempio sorse in un villaggio di pescatori sito sul promontorio che domina la valle del Mincio, laddove il fiume prende ad allargarsi per formare i tre laghi intorno alla città, e sostituì una precedente edicola dove già si venerava la Vergine. I lavori, si ritiene su progetto di Bartolino da Novara che per il Gonzaga aveva eretto il castello di S.Giorgio,cominciarono nel 1399 e si conclusero con la consacrazione del tempio, avvenuta nel 1406 il 15 agosto, solennità dell’Assunzione di Maria.Accanto ad esso sorse il convento per i frati francescani, ai quali il santuario fu affidato: un convento che nella sua massima espansione giunse a contare ben quattro chiostri.
Il nuovo santuario attrasse ben presto il favore dei mantovani. Lo attestano la volontà i lasciare qui memoria di grandi eventi: ad esempio, a destra del portale d’ingresso una lapide e proiettili di cannone ricordano l’assedio di Pavia (1522) guidato da Federico II Gonzaga, e altre lapidi richiamano le battaglie del risorgimento combattute qui intorno, come la battaglia del 1848 detta di Curtatone e Montanara. Lo attestano le cappelle laterali, che varie famiglie dell’aristocrazia si sono premurate di erigere e ornare. Lo attestano i doni votivi, che umili e potenti vi lasciarono in tal numero da indurre i frati officianti, nel 1517, a darvi adeguata collocazione: sorse così la grande impalcata che riveste le pareti interne, conferendo a questo tempio un carattere unico al mondo.
Ma non solo i mantovani l’hanno sempre assiduamente frequentato: i pellegrini vi giungono anche da lontano, e non ha mancato di recarvisi in visita nessuno dei personaggi illustri di passaggio per la città; tra gli altri, i papi Pio II e Giovanni Paolo II, gli imperatori Carlo V e Francesco Giuseppe, Napoleone e il re Carlo Alberto. Nell’Ottocento, tuttavia, il santuario risentì del clima politico avverso. Fu chiuso d’autorità, i frati allontanati, il convento quasi interamente demolito.
Solo la tenacia del vescovo Giuseppe Sarto, il futuro San Pio X, riuscì a riaprirlo e restituirgli la sua funzione di pacifico luogo di devozione e ristoro per le anime tribolate.

La fede
Il papa Paolo VI definì i santuari “cliniche dello spirito”. In questo santuario, oltre che nei sacramenti (le Messe quotidiane, la possibilità di confessarsi), i pellegrini trovano sostegno alla loro fede in vari segni che la richiamano, o attestano quella di altri cristiani.
Gran numero di antiche tavolette dipinte e moderni ex voto dichiarano la fiducia dei donatori nell’intercessione della Vergine, e altrettanto un tempo si usava riconoscere con la riproduzione in cera di parti del corpo (mani, seni, occhi eccetera) risanate dopo averla invocata. Di tali riproduzioni ne restano a migliaia sull’impalcata, distribuite intorno alle statue polimateriche delle nicchie, riproducenti soldati reduci dalla guerra (a sinistra), scampati alla condanna a morte (a destra) e altri devoti d’ogni classe sociale (nelle nicchie dell’ordine superiore) venuti a chiedere grazie o a ringraziare per averle ricevute.
Non è da considerare una semplice curiosità, ma anch’esso un modo di esprimere la fede, il coccodrillo incatenato che pende dalla volta: un tempo questo, come tutti gli animali esotici e mostruosi, era considerato simbolo del demonio, che tenta gli uomini al male; vederlo incatenato in chiesa, ricorda che Dio è più forte di lui, e alle tentazioni
si può resistere, affidandosi a Dio.
Ma l’apice dei messaggi espressi dal santuario in ordine alla fede è costituito dall’antica icona sopra l’altare, che continua le forme bizantine della Madre di Dio Eleoùsa o “Madonna della tenerezza”.
La Madre avvicina il Bambino guancia a guancia: è un invito a rivolgersi a lei con fiducia perché, come ama il proprio figlio, così ella ama i suoi fratelli da lui redenti. La grazia divina passa attraverso la Madre di Colui che ne è la fonte.

Gli appuntamenti
Il santuario è officiato dal clero diocesano, ed è sempre aperto per la preghiera e le confessioni.
La festa propria si celebra il 15 agosto, quando ricorre l’anniversario della dedicazione del tempio e nel contempo si onora la Vergine Maria assunta in cielo, da dove continua ad essere, per chi a lei si
rivolge, Madre della divina Grazia.
Alla festa si accompagnano un’affollatissima fiera, concerti e spettacoli, nonché l’ormai famoso Concorso internazionale dei madonnari, i quali con i loro gessetti trasformano la piazza antistante il
santuario in un immenso coloratissimo tappeto.

L’arte
La venerata icona è anche un documento d’arte (è una pregevole tavola datata alla fine del Trecento, ma per alcuni molto più antica), così come lo sono il bel tempietto seicentesco in cui è racchiusa, l’altare che vi è addossato (magnifico il paliotto a intarsi marmorei) e l’abside, ricostruita nel Cinquecento pare da Giulio Romano; della sua scuola sono gli affreschi delle lunette, con le figure di Profeti e al centro l’Incoronazione di Maria.
Nell’adiacente sagrestia (visitabile a richiesta), con l’elegante architettura gotica si ammirano un’Assunta di Fermo Ghisoni e due tele sullo stesso tema, di Giuseppe Bazzani.
Di Francesco Borgani è una grande tela raffigurante Maria in atto di affidare il Bambino a Sant’Antonio di Padova: è nella sagrestia nuova, ampio ambiente aggiunto nel 1642, dal quale si può accedere al chiostrino superstite.
Tra le numerose altre opere d’arte colta disseminate nel tempio si segnalano le volte, sontuosamente affrescate a motivi floreali nello stile gotico internazionale. Costituisce
invece un esempio, tanto raro quanto ricco,di arte popolare il complesso dell’impalcata con le diecine di statue polimateriche (le nicchie ora vuote erano occupate dalle celebri rarissime armature quattro-cinquecentesche, ora ammirabili al Museo diocesano, per il quale vedi oltre).
Di spicco, infine, è la prima cappella di destra, realizzata da Giulio Romano per dare degna sepoltura al suo amico Baldassarre Castiglione,il celebre autore de Il Cortegiano, che è tra i libri più rappresentativi del rinascimento. Con la nobile architettura, Giulio ideò la pala dell’altare (realizzata poi,si ritiene, da Ippolito Costa) e il mausoleo dello scrittore (l’altro è relativo a suo figlio Camillo, opera del Viani). Il monumento allude al percorso della salvezza promessa al cristiano, che con la morte (richiamata dal sarcofago) può ascendere (lo dice la piramide a gradini).

Vuoi essere il primo a saperlo?

Iscriviti alla nostra newsletter e ricevi le anteprime delle offerte
Oppure
Seguici su